Fu così che divenni fascista. Vi sarà chi mi chiederà se prima di dare l'adesione avessi letto i Postulati dei Fasci di Combattimento: no, non li avevo letti: li leggerò qualche anno dopo, ma anche se si parlava di Costituente, di confisca dei beni ecclesiastici, nulla avrebbe spostato la mia determinazione. Non mi ero mai interessato di partiti, ma mi commuovevo quando leggevo I doveri dell'uomo di Mazzini. Quando giungeva il Re a Milano andavo ad applaudirlo: egli rappresentava la Patria ignorando altre ragioni ideologiche che non avevano ancora formato la mia costituzione politica e mentale; per me il Fascismo rappresentava il fascio di tutte le forze sane, patriottiche, decise a salvare la Patria: ciò mi bastava.

Vincenzo Costa

domenica 15 ottobre 2017

Il comandante Vincenzo Costa  nella sede dell’Unione nazionale dei combattenti della Repubblica sociale (Uncrsi), consegnò la bandiera dell’Onore ai militanti della Giovane Italia (l’organizzazione giovanile missina fino al 1971) quale simbolo di continuità della lotta ideale Quel gesto è stato quasi dimenticato, anche dagli stessi missini. Meno dimenticato è invece Vincenzo Costa, ultimo federale fascista di Milano, combattente della Repubblica sociale, autore di importanti memorie sulla sua esperienza, memorie utilizzate anche dallo storico Renzo De Felice.
Nato a Gallarate, nel Milanese, nel 1900. A 17 anni falsificò i documenti e ottenne di raggiungere il padre al fronte, nel 5° reggimento Alpini. Nel 1919, partecipò all’adunata in piazza San Sepolcro, a Milano, dove, di fronte al sindacalista Cesare Rossi, futuro quadrumviro del Partito nazionale fascista, aderì ai Fasci italiani di Combattimento. Fu arrestato diverse volte per attività in favore dei fascisti, tra cui il sostegno a D’Annunzio nelle sue imprese. Dopo l’avvento del fascismo, Costa servì il Paese occupandosi di assistenza sociale e sindacalismo, senza occupare mai posti di rilievo, malgrado le sue strette conoscenze con tutti i capi, da fascista della primissima ora qual era. La sua unica carica ufficiale nel ventennio fu quella di segretario del Fascio del quartiere popolare milanese di Rogoredo, dove riuscì a portare acqua potabile, gas, luce ed i più moderni servizi di quei tempi.

Nel 1940 riprese le armi e, dopo la morte di Aldo Resega, divenne Federale di Milano del Partito fascista repubblicano. Fu l’ultimo in questo incarico. Fu arrestato il 27 aprile del 1945 mentre era diretto al nord con una colonna di soldati. Al momento del fermo, preso da sconforto per il “si salvi chi può” che interessò la maggioranza degli italiani, tentò il suicidio, ma la pistola gli fu strappata di mano. Fu processato e condannato. Imprigionato, uscì dal carcere solo nel 1949. Immediatamente fondò un comitato per le onoranze ai Caduti e dispersi della Repubblica sociale. Nel 1966 dette vita al Campo Dieci, il Campo dell’Onore, quello stesso campo dove volle essere sepolto. Ha lasciato due libri e alcuni scritti: “L’ultimo Federale, memorie della guerra civile (1943-1945)” e “La tariffa” e “Io non ho tradito”.
Vincenzo Costa
(30/08/1900 – 27/11/1974)
Fu federale di Milano durante la Repubblica Sociale Italiana.
Il 27 aprile 1945 fu fatto prigioniero a Carate d'Urio dai partigiani con la colonna di soldati con cui viaggiava.
Al momento della cattura tentò il suicidio ma la pistola che si puntò alla tempia gli venne immediatamente tolta di mano dai partigiani che stavano trattando la resa. Viene arrestato e condotto nelle prigioni di Como. Al  processo Costa venne condannato a 18 anni di carcere per collaborazionismo ma nel 1949 tornò in libertà.
E’ rimasto un fascista non pentito fino alla fine per cui la sua visione del mondo è antitetica a quella degli antifascisti che considera degli usurpatori.
Costa aveva firmato un accordo con il C.N.L. di Como e con un rappresentante degli alleati in cui si impegnava a lasciare la città e a dirigersi verso la Val d’Intelvi con l’intento di aspettarvi l’arrivo degli alleati e qui trattare la resa.
Parte da Como alle 10 di mattina del 27 Aprile con 3300 uomini e 123 automezzi e si dirige verso la Regina. L’auto in testa è scortata da uomini del C.N.L. ed espone la bandiera bianca e la bandiera americana. A Moltrasio si guarda indietro e si trova ad essere seguito solo da una ventina di autovetture. Si blocca alle due strade e torna indietro. A Cernobbio, davanti al palazzo Comunale, trova il resto della colonna i cui uomini si accalcano intorno a dei tavoli dove i Comitati di Liberazione distribuiscono lasciapassare che garantiscono l’incolumità in cambio della consegna delle armi.
Il tempo trascorre nel vano tentativo di imporre il ricongiungimento al resto della colonna. Ad un certo punto inizia una trattativa con i partigiani che bloccano la colonna alle “due strade”. I fascisti abbandonano l’idea di proseguire per la Val d’Intelvi e si rassegnano a piegare verso la partealta di Moltrasio. Arrivano alle 14,30 davanti all’edificio del comune dove si arrendono.
Volle essere seppellito al Campo X di Milano insieme ai suo camerati della R.S.I.




MILANO SETTEMBRE 1944
IL FRANCESCANO PADRE EUSEBIO CAPPELLANO DELLE BRIGATE NERE PARLA AI FASCISTI MILANESI. AL SUO FIANCO IL FEDERALE DI MILANO VINCENZO COSTA



Le note seguenti sono ricavate dalla sua testimonianza.
“I miei camerati scesero dalle automobili e deposero le armi in un locale a pian terreno del comune………Io non ebbi la forza di muovermi dalla mia macchina: ero come impietrito, mi sembrava di vivere in un incubo. L’avvocato La Scala e l’ingegner Maino avrebbero voluto concludere la resa con un verbale, ma io rifiutai di firmarlo: facessero quello che volevano e quello che dettava loro la coscienza. Ma quando vidi i vice federali Vianello e Rao Torres deporre le armi mi sentii stringere il cuore e una nube oscura annebbiarmi la vista. Meccanicamente, come un automa, la mia mano  impugnò la pistola e l’avvicinò alla tempia. Fu un attimo, ci fu chi in quell’istante mi osservava e con un atto di forza riuscì a strapparmi l’arma dalla mano. All’avvocato La Scala ….. dissi, vedendogli la mia pistola nelle mani: “Conservatela, conservatela, perché verrà un giorno in cui vi potrà servire se vorrete liberarvi dei vostri “compagni” comunisti, che oggi vi sono alleati.
Volle essere seppellito al Campo X di Milano insieme ai suo camerati della R.S.I..
Ha scritto :
La tariffa (Il Mulino).
L'ultimo federale, memorie della guerra civile -1943-1945- (Il Mulino).
Io non ho tradito.






















Le memorie di Vincnzo Costa, Segretario Federale di Milano, e riferiti alle tragiche ore del 25 aprile. Questo è il quarto e ultimo :
Ore 23: Il Comandante Franco Colombo, con il suo Vice Stefani ed alcuni Arditi viene a trovarmi per prendere gli ultimi accordi. Scartammo di nuovo l’ipotesi di difenderci nel castello Sforzesco; piazza San Sepolcro aveva un significato ideale e maggiori possibilità di essere difesa. Fummo d’accordo che avremmo risposto con energia ad eventuali attacchi, e che mai avremmo trattato con i Comitati : queste decisioni furono prese all’unanimità da tutte le camicie nere concentrate nella piazza, uomini né invasati, né allucinati, ma consapevoli delle loro scelte , della loro decisione suprema, ultimi alfieri, ultimi soldati di una grande fede, accorsi per ascoltare ancora la voce del Capo, per difenderlo. Ma il Capo non li voleva, forse perché non voleva che soffrissero ancora per la sua grandezza ? Fu proprio in questo momento della nostra decisione suprema, che tutto quello che avevo predisposto non valse più nulla: due portaordini della Brigata Nera di Forlì mi consegnarono un messaggio del Ministro Pavolini. Lo lessi con Franco Colombo, poi lo rilessi a tutti ad alta voce: “Caro Costa, ho saputo che avete deciso di chiudevi a difesa in piazza San Sepolcro. Gesto dal significato magnifico, ma il duce è solo. Egli è giunto a Como senza alcun disturbo stradale. Anche da Como si può raggiungere la Valtellina. Per chi ha forte la nostra fede, nessuno scioglimento dal giuramento può avere valore ! Dobbiamo raggiungere il duce ! Altre forze fasciste sono in arrivo; saremo pronti per le ore cinque. Ora mi devi dire dove ci possiamo concentrare per raggiungere il ducea Como. Tu devi fare da battistrada. Rispondimi subito. Ti abbraccio. Alessandro Pavolini”. Fu un grido solo. Un grido che si propagò per tutto il palazzo, per tuta la piazza: “Con il duce ! Con il duce ! In un baleno furono riaperti gli sbocchi stradali per far entrare i camion in attesa nelle strade vicine, furono caricate le cassette delle munizioni e i viveri; tutto si svolse con velocità e precisione. Un senso di euforia aveva animato i fascisti, che non desideravano altro che essere con lui”
(Vincenzo Costa, “L’ultimo federale”, Bologna 1997)


Aveva 15 anni quando l’Italia entrò in guerra contro gli Imperi centrali. A quell’età entrò nei battaglioni “Sursum Corda” del col. Negrotto, un gruppo paramilitare di agitazione nato allo scopo di portare la questione delle Terre Irredente al centro del dibattito nazionale, ma non attese la maggiore età per dare, con la guerra, il suo maggiore contributo alla Patria. Falsificò i propri documenti e ottenne di raggiungere il padre al fronte all’età di 17 anni, nel 5° reggimento Alpini.
Furono gli anni del suo avvicinamento ad Arnaldo Resega, ma anche del confronto con la propaganda bolscevica, colpevole di tradire la causa nazionale coi suoi tentativi di fiaccare il morale delle truppe e gli inviti alla diserzione.
Anche per questa ragione rispose all’appello del Popolo d’Italia quando pubblicò la notizia dell’adunata in Piazza San Sepolcro. E fu davanti al sindacalista Cesare Rossi, futuro quadrumviro del Partito Nazionale Fascista, che Vincenzo firmò la sua adesione ai Fasci Italiani di Combattimento. Al fianco degli altri squadristi, degli arditi, dei nazionalisti e dei reduci partecipò all’assalto dell’Avanti! nel giorno che la Storia scelse per elevare al rango di Martire della Rivoluzione Fascista il primo Caduto per la Causa; fu il 15 aprile del 1919 che Martino Speroni cadde sotto i colpi del nemico, e fu di Vincenzo Costa l’onore di portarne l’elmetto nella sede di via Paolo di Cannobio.  
Le sue attività di combattimento e di spionaggio in favore della Reggenza Italiana del Carnaro, il sostegno a D’Annunzio e la partecipazione a numerose manifestazioni di stampo fascista, causarono a Costa numerosi arresti; fu così allontanato dal nord Italia ed impiegato in operazioni umanitarie e di controguerriglia in Turchia, col Corpo di spedizione italiano in Anatolia.
Assecondò la sua vocazione guerriera finché non fu compiuta la rivoluzione fascista, poi in tempo di pace servì la Patria occupandosi di assistenza sociale e sindacalismo, senza occupare ruoli di rilievo nel regime nonostante potesse vantare intime conoscenze coi più alti livelli di dirigenza del regime stesso. Non s’interessò mai di politica e di partiti, concepiva la propria militanza come la pratica di adesione delle azioni dell’individuo ai suoi valori e ai suoi sentimenti patriottici.  
Scrisse: "Fu così che divenni fascista. Vi sarà chi mi chiederà se prima di dare l'adesione avessi letto i Postulati dei Fasci di Combattimento: no, non li avevo letti: li leggerò qualche anno dopo, ma anche se si parlava di Costituente, di confisca dei beni ecclesiastici, nulla avrebbe spostato la mia determinazione. Non mi ero mai interessato di partiti, ma mi commuovevo quando leggevo I doveri dell'uomo di Mazzini. Quando giungeva il Re a Milano andavo ad applaudirlo: egli rappresentava la Patria ignorando altre ragioni ideologiche che non avevano ancora formato la mia costituzione politica e mentale; per me il Fascismo rappresentava il fascio di tutte le forze sane, patriottiche, decise a salvare la Patria: ciò mi bastava."
La sua unica carica ufficiale nel ventennio fu quella di Segretario del Fascio di Rogoredo e si impegnò affinché anche questo popolare quartiere di Milano fosse servito con acqua potabile, gas, luce ed i più moderni servizi di quei tempi.
Allo scoppio della guerra mondiale riprese le armi e alla morte di Resega divenne Federale di Milano del Partito Fascista Repubblicano. Fu l’ultimo Federale di Milano.  
Viene arrestato il 27 aprile del 1945 mentre era diretto al nord con una colonna di soldati. Prigioniero, tentò il suicidio; più tardi forse rimpiansero i partigiani di non avere lasciato che quel giorno si sparasse.
Fu uno dei molti fascisti della prima ora a dare il proprio contributo fino all’ultimo giorno, ma uno dei pochi che andò anche oltre.  
Conclusa la guerra fondò un comitato per le onoranze ai Caduti e dispersi della Repubblica Sociale, e s’impegnò nella ricerca e nell’ottenimento dei permessi per radunare quanti più combattenti fosse possibile in un unico campo militare. Il 16 Ottobre del 1966 cento salme di combattenti entrano coperte dal tricolore portate a braccia nel prescelto campo; in testa alla centuria sfila la salma di Resega. Iniziò quel giorno la luminosa storia del Campo Dieci, il Campo dell’Onore.  
Era il 1974 quando Campo Dieci spalancò le braccia per accoglierlo; nel suo grembo, Vincenzo è ancor oggi tenuto stretto in mai schiuso abbraccio.

MILANO 30 GENNAIO 1944
VOLONTARI FASCISTI ATTRAVERSANO LA GALLERIA VITTORIO EMANUELE.
A SINISTRA DEL GAGLIARDETTO SI INTRAVEDE 
 IL VICE COMMISSARIO FEDERALE VITTORIA COSTA


MILANO 4 NOVEMBRE 1944
Cerimonia commemorativa, davanti a S. Ambrogio, 
ci sono Costa e Colombo. Con loro migliaia di fascisti ed ex combattenti 

Foto di gruppo: 2° da sinistra Alessandro Pavolini, al centro Benito Mussolini, a destra del duce Vincenzo Costa, ufficiali e comandanti della Brigata Nera Aldo Resega - buona parte dei componenti del gruppo furono poi fucilati a guerra finita




Aprile 1945, Milano, cortile della Prefettura, da sinistra Alessandro Pavolini,
 Mussolini, Vincenzo Costa

Alessandro Pavolini e Vincenzo Costa passano in rassegna gli squadristi
 della Brigata nera della Resega, estate 1944




Milano 25 Luglio 1944 -Vincenzo Costa parla agli squadristiche 
hanno ricevuto il gagliardetto : madrina la vedevo di Aldo Resega



Maggio 1945 - Milano Corso Vercelli
sfila la Brigata nera "Aldo Resega" che fu comandata da Costa
ebbe oltre 600 caduti

La 4^ Brigata Nera Mobile “Aldo Resega”
Venne formata a Milano nell’ottobre del ’44 quale reparto operativo dell’omonima VIII B.N. territoriale. La mobile venne immediatamente inviata con compiti di presidio e di pattugliamento all'imbocco delle Valli Maira e Varaita, incarico certo non semplice data la presenza in provincia di Cuneo delle ben organizzate formazioni partigiane di Moscatelli.
La Brigata, della forza di circa 700 uomini, era strutturata su tre compagnie più quella Comando. La 1^compagnia fu di stanza a Bernezzo, la 2^ con quella Comando a Dronero, ed infine la 3^ a Cavallermaggiore, con un grosso presidio a San Damiano Macra. E’ più che probabile che solo pochi squadristi fossero effettivi presso la Mobile, e che la maggior parte degli appartenenti (in prevalenza della provincia di Milano) provenissero invece direttamente dalla VIII B.N., alla quale, terminati i cicli operativi, vi facevano ritorno. La 4^ dipendeva operativamente dalla Divisione Granatieri “Littorio” dell’ENR, con ciò rimarcando lo spiccata funzione militare e non “politica” della formazione. La Brigata fino al 25 aprile ’45 ebbe 18 Caduti, comprendendo in tal numero anche i 5 squadristi periti nel corso di una imboscata avvenuta nei pressi di Santhià (sul ponte che attraversa il torrente Rovasenda) il giorno 29 dicembre ’44. Il numero di Caduti crebbe esponenzialmente dopo la fine del conflitto, ed anche la Mobile dovette, al pari di altre simili formazioni, pagare con un altissimo contributo di sangue, l’avere scelto la strada dell’Onore. Gli squadristi del Presidio di San Damiano vennero tutti eliminati. Il grosso del reparto riuscì invece a raggiungere la “Zona Franca” d’Ivrea e passare così in prigionia di guerra angloamericana.



Milano Marzo 1945 - sfila la Brigata

L' ULTIMA LETTERA DI GUIDO MARI 
DELLA BRIGATA "RESEGA" PRIMA DI ESSERE UCCISO

GUIDO MARI di Milano è studente universitario quando nel '44 viene chiamato alle armi. E’ assegnato alla Brigata “Resega” e fa il suo dovere di combattente disciplinato e fedele. Nell'aprile del '45 si trova col suo reparto a Milano. Il giorno 25 fa parte della colonna che, al comando del Ten. Col. Gimelli raggiunge il presidio di Legnano che non dà più notizia di sé. Dopo inutili tentativi di entrare in città, nello stesso giorno il comandante decide di sospendere la lotta e di tornare a Milano con la colonna che ha avuto morti e feriti. A Nerviano la colonna viene bloccata dai partigiani. Dopo vani sforzi per aprirsi la via, il comandante ordina di cessare il fuoco e si presenta ai partigiani per la resa. Questa viene accettata, le armi sono deposte. Al mattino tutti i componenti del reparto sono incolonnati e condotti a Parabiago, dove vengono “custoditi” fino al 29. Alle ore 9 di tal giorno arriva una squadra di partigiani al comando di “Garibaldi”, il quale ordina agli ufficiali di seguirlo. Gli ufficiali sono: Ten. Col. Gimelli Ferdinando, cap.no Sala Osvaldo, un tenente, i sottotenenti Campioni Fernando e Gimelli Adriano, quest'ultimo figlio del comandante. Due militi, Cappelli e Guido Mari, o perché non riflettono sulla sorte a cui si espongono, o per innato sentimento di fedeltà, seguono i cinque ufficiali. Vengono tutti portati a Nerviano davanti a un tribunale del popolo. Dopo contrasti e proteste dei componenti del tribunale e dello stesso presidente, l'allora sindaco di Nerviano, le pressioni e gli espedienti di “Garibaldi” fanno sì che tutti sono condannati a morte. Portati davanti alle mura del cimitero, una folla vi si raccoglie ed osserva i condannati che si confessano serenamente dal parroco del luogo accorso in fretta. Dopo la confessione, i condannati consegnano al sacerdote oggetti personali e affidano i saluti per le loro famiglie. All'ultimo istante avviene un fatto che merita rilievo, perché dimostra che anche nelle orrende carneficine della primavera del '45 talvolta brilla una luce nelle stesse folle troppo simili, spesso, a quella che gridò il crucifige nella Passione. Alla folla disposta a semicerchio davanti ai condannati, il Ten. Col. Gimelli si rivolge e chiede grazia per il proprio figlio. Un mormorio di consenso si leva e lo stesso “Garibaldi” è costretto a sottrarre il sottotenente Adriano. Allora si leva un'altra voce: - Graziate il più giovane! - E la voce è seguita da molte altre che imperiosamente costringono “Garibaldi” a sottrarre il più giovane della schiera, che risulta essere uno dei due militi che avevano voluto accompagnare i loro ufficiali. L'altro milite è Guido Mari, il quale, pur avendo fatto presente ch'egli è semplice soldato e non ufficiale, non trova grazia. La sua straordinaria fedeltà gli è costata la vita.

Al sacerdote che l'ha assistito ha consegnato questa lettera:

Miei cari,
muoio senza rimpianti, perché so di avere la coscienza pulita e so di avere compiuto il mio dovere verso la Patria.
Mai come ora sento di amarvi e vi sento vicini. Non piangete troppo su di me e ricordatemi sempre nelle vostre preghiere.
So di aver sempre fatto il mio dovere di figlio e di avervi sempre amato con tutto me stesso, anche se forse non ve l'ho saputo sempre dimostrare.
Perdonatemi se qualche dolore vi ho dato. Iddio vi protegga e vi dia la forza di sopportare questo grande dolore.
Che il mio sangue frutti almeno qualcosa di buono per l'Italia che tanto ho amato Vi abbraccio e vi bacio forte forte.
Guido


Il 23 aprile del ’45 si tiene, in Prefettura a Milano, l’ultimo rapporto dei quadri politici e militari della RSI emerge chiaro i dissidio tra i primi, favorevoli alla ”ipotesi Valtellina” e i secondi, che hanno un piano per cercare l’ accomodamento con i partigiani, in attesa dell’arrivo degli Anglo-Americani “Nessun cenno in questo piano alla sorte del duce: ma la Decima non avrebbe seguito il duce. Era la vecchia ruggine che riaffiorava, erano i vecchi sospetti che trovavano conferma: la Decima aveva combattuto per l’onore della bandiera tradita, non per il fascismo e per il duce, e ora, libera dal giuramento, avrebbe trattato la resa con il nemico. Durante i mesi della RSI erano note le divergenze tra il Partito e il Comandante Borghese, ma poi i sospetti, le voci, gli attriti si placavano, perché prevaleva sempre il prestigio del duce…. Mentre quel mattino, davanti al Maresciallo Graziani, avveniva la gravissima, irreparabile frattura: i marò della Decima, le camicie nere dei Battaglioni M, i bersaglieri, le Brigate Nere, l’Armata della Liguria, l’Aviazione azzurra, ignorando la scissione e fedeli alla causa della RSI, combattevano fianco a fianco e morivano per un identico ideale e nel supremo sacrificio invocavano il duce. Non così pensavano il Comandante Borghese, il generale Montagna, il Generale Diamanti e altri “militari”. Alla conclusione del passaggio dei poteri, essi si sarebbero sentiti svincolati dal giuramento: a seguire il duce e a fargli quadrato potevano andarci i fascisti, loro non erano fascisti, erano solo dei soldati. Come era triste tutto ciò…..”

(Vincenzo Costa, “L’ultimo federale”, Bologna 1997)


Vincenzo Costa, responsabile della Federazione milanese del PFR dopo l’assassinio di Aldo Resega, era stato volontario diciasettenne in guerra, fascista della prima ora (fu lui che portò a Mussolini, dopo la distruzione dell’avanti, l’elmetto del soldato Speroni, colpito da un colpo sparata dall’interno del giornale) e poi fiumano. Durante il Regime tornò al suo lavoro alle Officine Meccaniche, per tornare volontario in Russia, e, infine, aderire al fascismo repubblicano. Fascista “integrale”, quindi, non aveva grande simpatia per i “pontieri” (che, da parte fascista cercavano di stabilire un collegamento con gli “Italiani dell’altra parte”) e i militari “puri” (che anteponevano l’onore della bandiera alla difesa del fascismo. Tale diffidenza era ricambiata: “Del resto, anche in altre occasioni ho avuto la dimostrazione di questa ostilità dei “militari” per noi fascisti. Due episodi valgano per tutti: quando, con Ezio Maria Gray, Vito Mussolini, Meschiari ed altri fui trasferito in un campo di prigionieri vicino Piacenza e controllato da soldati americani di colore, nel nostro recinto fu associato un gruppo di Ufficiali della Decima, tra i quali il più elevato in grado era il Tenente Colonnello Patrizi.  Ebbene, costui, appena ci vide, si rivolse all’Ufficiale negro americano protestando perché né lui né i suoi Ufficiali volevano essere messi insieme ai fascisti. Sempre a Piacenza fu trasferito il Generale delle SS italiane Mannelli, catturato in un comodo albergo a Como. Interrogato da un Capitano dell’Esercito americano e da un Capitano dei Carabinieri, costui dichiarò: “Sono un soldato e come tale voglio essere trattato….Se deve essere accusato un criminale, un politico fascista, allora deve esserlo il Federale dei fasci di Milano, lui è un politico, io sono un soldato”. Il Capitano americano mi riferì queste accuse alla presenza del Generale stesso, che arrossì dalla vergogna e fu molto duramente rimproverato dall’Americano. Io e tutti quelli che con me avevano condiviso gli stessi ideali provammo una profonda amarezza per il comportamento di uomini che erano stati valorosi in guerra, ma che ora distruggevano tutto il prestigio che si erano guadagnati”
(Vincenzo Costa, “L’ultimo federale”, Bologna 1997) 



                                                       COSTA CON GIORGIO PISANO' 
A COMO RICOSTRUISCE LE ULTIME ORE DI MUSSOLINI